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Introduzione: 

L’Intelligenza Artificiale viene spesso raccontata come una tecnologia autonoma, quasi magica: algoritmi che imparano da soli, modelli che “capiscono” il mondo, macchine che superano l’uomo.

Ma dietro ogni sistema di AI esiste una realtà meno visibile e raramente raccontata: milioni di esseri umani reali che insegnano alle macchine come pensare.

Questa è la storia del lavoro umano invisibile che alimenta l’AI globale.

Kenya, India e Sud globale: la fabbrica nascosta dell’AI

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Negli ultimi anni, le grandi aziende tecnologiche occidentali hanno esternalizzato il lavoro di addestramento dell’AI verso Paesi come:

  • Kenya
  • India
  • Filippine
  • Bangladesh
  • Venezuela

Qui operano migliaia di annotatori di dati assunti tramite subappaltatori come Sama, Scale AI, Appen e iMerit.

Il loro lavoro consiste nel:

  • Etichettare immagini e video
  • Moderare contenuti violenti o pornografici
  • Classificare testi razzisti, abusivi o estremamente disturbanti
  • Insegnare all’AI cosa sia “odio”, “violenza” o “disinformazione

Senza questo lavoro umano, l’Intelligenza Artificiale semplicemente non funziona. Paghe minime e carichi di lavoro estremi di aggiungono alle precarie condizioni di lavoro.

Secondo inchieste pubblicate da TIME Magazine e MIT Technology Review, molti lavoratori impiegati in Kenya guadagnano tra 1 e 2 dollari l’ora, senza tutele sanitarie, senza supporto psicologico e con contratti temporanei o informali.

Alcuni annotatori hanno dichiarato di dover esaminare centinaia di immagini al giorno contenenti abusi sessuali, violenze estreme, pedofilia, torture e decapitazioni.

Molti sviluppano disturbi post-traumatici, ansia cronica e depressione.

“Stiamo proteggendo l’AI dall’odio, ma nessuno protegge noi”, ha raccontato un lavoratore keniano intervistato nel corso di un’inchiesta indipendente.

L’ipocrisia dell’AI “etica”

Le stesse aziende che parlano pubblicamente di AI responsabile, sicurezza e allineamento etico costruiscono i loro modelli sfruttando disuguaglianze economiche globali.

L’AI non elimina il lavoro umano: lo sposta dove costa meno e dove è meno visibile.

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Ricercatori dell’Università di Oxford e di Stanford definiscono questo modello come una nuova forma di “colonialismo digitale”.

Come funziona davvero l’addestramento dell’AI

Il processo reale è molto lontano dall’idea di un’AI che impara da sola:

  1. Un modello produce risposte errate
  2. Un essere umano corregge l’output
  3. L’AI impara a imitare quella decisione

Il ciclo viene ripetuto milioni di volte

Questo metodo è noto come Reinforcement Learning from Human Feedback (RLHF).

L’AI non “comprende” il mondo: replica decisioni umane, spesso prese in condizioni di stress, fretta e pressione psicologica.

Implicazioni per sicurezza e società

Questo modello di addestramento ha conseguenze profonde:

  • Bias culturali incorporati nei sistemi
  • Sicurezza più fragile a causa di errori umani indotti da stress
  • Censura culturale basata su valori imposti

Creazione di una nuova classe di lavoratori sfruttati, i “proletari dell’AI”

Dal punto di vista della cybersecurity, un sistema addestrato in condizioni ingiuste non può essere considerato realmente sicuro né neutrale.

La verità che il marketing non racconta

L’Intelligenza Artificiale non è neutrale, autonoma o immacolata.

È una tecnologia costruita sulla fatica umana, spesso lontano dagli occhi del mondo occidentale.

Ogni chatbot “gentile”, ogni filtro “sicuro”, ogni algoritmo “intelligente” è il risultato di ore di lavoro umano sottopagato.

Conclusione

Se vogliamo parlare seriamente di AI etica, la domanda non è soltanto cosa l’AI possa fare, ma chi paga il prezzo affinché l’AI funzioni.

Finché la risposta continuerà a essere lavoratori invisibili nei Paesi più poveri, l’Intelligenza Artificiale resterà una tecnologia potente, ma moralmente incompleta.

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Di HPadmin